Dal Cadore a Venezia

𝕱uggendo per un giorno dal tran tran ho riscoperto un pezzo del nostro passato nascosto fra aspre rocce e ripidi ghiaioni ma alla portata di tutti coloro che amano la formula del trekking storico.

Mai ci si aspetterebbe di trovare un'opera d'arte - anzi due - a cielo aperto dal 1753 in mezzo ai mughi, alle rocce dolomitiche e al richiamo degli stambecchi. Si trattano di antichi scudi araldici, che si sostanziano nello stemma di Maria Teresa e nel leone alato sorridente con libro aperto, atti a segnalare il confine di Stato ai cadorini - ed ai tirolesi d'allora - ovvero la zona oltre le quale non spingere i propri pascoli onde evitare tafferugli; chiunque si sia mai recato in Tirolo, ma anche nell'entroterra veneto, ha notato l'attaccamento viscerale al proprio pezzo di terra: "questo xe mio" é il leit motiv. Grazie al congresso di Rovereto ed alla posa dei cosiddetti cippi, si può parlare di una faida di confine chiusasi con un lieto fine. Cosa che ai nostri giorni suona strano, visto che é ancora in atto la politica ottocentesca dei "sacri confini" nazionali.

La curiosità di ammirare da vicino questi segni di un passato, spesso dimenticato da istituzioni e cittadini, era tanta dall'andare a toccare con mano le due lapidi, cementate alla dolomia per preservarle, che rientrano fra le poche rimaste integre e/o in loco in tutto l'ex confine settecentesco austro-veneto.

Foto 1. Il mio omaggio al capostabile con bandiera contarina.
Aizzato da un libricino sull'argomento contattai una gentile guida alpina per farmi spiegare come raggiungere il termine PN17. Rimase stupito dal fatto che due effigi destassero tale interesse in un giovane d'oggi. "Qualcuno" una volta disse che l'italiano non ha memoria storica, quindi non rimasi colpito, anzi, la cosa mi compiaqque. Ritengo che la ricerca delle proprie origini sia una pulsione naturale dell'uomo: é quindi la volontà di autodeterminarsi in qualcosa, specialmente in questa epoca di deriva dei valori. Qui, troppe volte ci si vergogna di ciò, ingannati dal pensiero comune che si é creato negli ultimi due secoli: "i nostri antenati erano dei pellagrosi, contadinacci e marinai arraffoni". Visioni facilmente scardinabili con un minimo di conoscenza ed apertura mentale.

Per questo sono andato nell'alta val Popena per ammirare un'opera solitaria, un quadro di pietra inserito in una cornice d'eccellenza: le Dolomiti. Ovviamente, andare a caccia di un leone di San Marco fa da soggetto e stimolo perfetto per qualsiasi mia uscita, avendo un innato spirito di appartenenza ad una terra a cui mi sento legato indissolubilmente. Ho approffittato della pandemia per fare introspezione ed autocritica, quindi non posso dire che noi veneti contemporanei rispettiamo la nostra casa come meriterebbe, essendoci trasformati in bestie da "schei e capanòn" - a discapito appunto della terra e dell'acqua che tanto ci hanno dato e continuano a dare - grazie al boom economico del Nord-Est ed all'apertura verso un tipo di turismo dannoso. Tornando al tema principale, quando si raggiunge la fine del "pellegrinaggio", al cospetto del leone alato e di sua maestà, si prova un fortissimo legame con le terre ancestrali come pochi popoli al mondo, anche 200 anni dopo l'estinzione della propria casa: la Serenissima.

Il senso di questa scampagnata era legato al desiderio di raggiungere un piccolo scoglio sicuro nel mezzo dell'immensità rappresentata da cime eccellenti, un prestigio che solo le nostre vette Patrimonio dell'Unesco sanno eguagliare. Soprattutto in questo duro periodo, tutti hanno bisogno di un qualsivoglia appiglio nella vita. Ha contribuito "all'impresa" la mia ricerca della cosa di nicchia (deformazione professionale?) e del voler rivalutare la montagna da come la conoscevo prima. Desideravo raggiungere un sito storico montanaro che non fossero tombe scoperchiate di alta quota, di cui siamo tristemente costellati nelle Alpi nostrane: le trincee.

Ebbene si, c'è qualcos'altro di interesse storico oltre alle fortificazioni asburgo-sabaude di inizio '900. Che non debba essere intriso di futile nazionalismo italiano ed emani quell'aura funebre con la quale siamo abituati a concepire la nostra montagna fin da bambini, quando i nostri genitori ci portavano a vedere il forte o il museo di guerra per intrattenerci.

Foto 2. Venezia al tramonto, Dorsoduro.

A coronare il tutto, rincasare la sera in una Venezia settembrina dove all'imbrunire si scorgono ancora i balconi aperti oltre i quali è facile intravedere alcove e preziosi elementi decorativi. Come per i funghi, restando in tema, solo occhi allenati possono cogliere queste bellezze, complice una giusta dose di fortuna. Nel mio piccolo mi godo questo senso di appagamento dell'aver solcato gli stessi sentieri dei nostri avi... dal Cadore a Venezia.



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